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Garlasco, il mistero dell’arma del delitto: ora si ipotizza siano due

Nel delitto di Garlasco c’è un’assenza che pesa quanto una condanna. Sedici anni di carcere ad Alberto Stasi, cinque gradi di giudizio, una ricostruzione ufficiale dei fatti. Ma ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, l’arma con cui è stata uccisa Chiara Poggi non è mai stata trovata. Né identificata. Un vuoto che continua a generare domande, alimentare sospetti, aprire nuove piste.

Oggi, mentre la procura di Pavia riapre il caso con un’indagine “alternativa” e mette nel mirino Andrea Sempio, il mistero dell’oggetto usato per colpire e uccidere Chiara torna al centro: un enigma che le perizie, le sentenze e le testimonianze non sono mai riuscite a sciogliere.

Le ferite incompatibili con un solo oggetto

Nella villetta di via Pascoli, dove Chiara fu trovata morta, nessuno degli oggetti presenti è stato individuato come arma del delitto. I primi sopralluoghi, condotti dagli investigatori subito dopo il ritrovamento del corpo, permisero solo di formulare ipotesi. Il medico legale, Marco Ballardini, stabilì che la causa del decesso erano «lesioni contusive cranio-cefaliche». Tuttavia, la varietà e la natura delle ferite sul corpo della vittima complicarono fin da subito il lavoro degli esperti.

In un primo momento, i consulenti della Procura ipotizzarono che l’assassino avesse usato delle «forbici da sarto». Ma il tipo di lesione al capo fece rapidamente virare i sospetti verso un martello da muratore. Nella sentenza d’appello del 6 dicembre 2011, si delineano alcune caratteristiche dell’arma: si parla di «uno strumento pesante, vibrato più volte con notevole forza, avente una stretta superficie battente, con una punta impiegabile di per sé e probabilmente di natura metallica».

A rafforzare questa pista è la denuncia del padre di Chiara, che un anno dopo l’omicidio, tornando nella villetta, segnala la scomparsa di un «martello a coda di rondine» che utilizzava per rompere bancali di legno.

Le nuove piste e gli oggetti trovati a Tromello

Nonostante tutto, l’arma non è mai stata recuperata. Nel tempo si sono susseguite diverse ipotesi. Una telefonata anonima suggerì che potesse trattarsi di un ferro da stiro. Più tardi, emerse un’altra teoria: quella dell’attizzatoio da camino. La pista nacque da un verbale poi ritrattato dell’operaio Marco Muschitta, secondo cui Stefania Cappa si sarebbe allontanata in bicicletta dalla zona del delitto con in mano un oggetto ingombrante.

Sulla base di questa testimonianza — e delle dichiarazioni fatte dal “supertestimone” de Le Iene — il 14 maggio gli investigatori hanno perlustrato un tratto del canale di Tromello. Lì sono stati rinvenuti diversi oggetti: una pinza da camino, la testa di un martello e due accette. Tutti saranno ora sottoposti ad analisi approfondite.

L’ipotesi di due armi diverse

Un passaggio della consulenza medico-legale lascia aperta un’ulteriore ipotesi: «Ove non si voglia ipotizzare l’impiego di più strumenti». Una possibilità finora solo accennata, ma che la nuova indagine sembra disposta a esplorare con maggiore attenzione.

L’uso di due armi spiegherebbe, infatti, alcune incongruenze nelle ferite. I tagli alle palpebre, per esempio, richiamano — come scrive il dottor Ballardini — un’arma con «filo piuttosto tagliente» o «punta acuminata». La lesione alla mascella destra, invece, presenta «caratteri di alterazioni tipo punta e taglio che non contusive». Si tratterebbe quindi di un primo oggetto pesante e contundente, con cui Chiara sarebbe stata colpita alla testa, e un secondo strumento, verosimilmente da taglio, usato per infliggere altri colpi.

Ora tutti gli occhi sono puntati sull’incidente probatorio fissato per il 17 giugno. Un passaggio decisivo, atteso non solo per chiarire eventuali responsabilità, ma anche per provare — forse per la prima volta — a dare un nome e una forma a quell’arma del delitto che, da diciotto anni, manca all’appello.

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