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Nucleare, venerdì a Roma il quinto round di negoziati Usa-Iran. Ma Teheran accusa: “Richieste irrazionali”

Venerdì Roma ospiterà il quinto round di colloqui tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare. L’annuncio è arrivato dal ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, con post su X. Sul tavolo, vecchie frizioni e nuove rigidità, in un contesto dove la diplomazia si muove su un crinale sottile.

Teheran: nessun passo indietro sul nucleare

Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran sta ancora «analizzando se ci siano le condizioni per negoziati fruttuosi». Ma ha subito chiarito i limiti invalicabili: «Le richieste Usa sono irrazionali». Tra queste, la rinuncia totale del suo tanto osannato programma nucleare. «Continuerà con o senza accordi», ha ribadito Araghchi, aprendo solo alla possibilità di maggiore trasparenza in caso di una “reale volontà di cooperazione“.

Le parole del ministro si inseriscono nel solco già tracciato dalla Guida suprema Ali Khamenei: «La posizione americana è completamente errata». Avvertendo i negoziatori di «non dire sciocchezze», perché come ribadisce ancora il ministro «l’arricchimento non è negoziabile». Un clima teso, che ha già segnato i quattro precedenti incontri, l’ultimo dei quali si è tenuto tra Roma e Muscat dieci giorni fa. Secondo fonti diplomatiche europee, il prossimo incontro potrebbe essere «l’ultima occasione per evitare la tempesta».

L’ultimatum americano e il fantasma del Jcpoa

L’inviato statunitense Steve Witkoff ha tracciato una linea rossa molto chiara: «Non possiamo permettere nemmeno l’1% di arricchimento dell’uranio». Una posizione che, per Teheran, rappresenta un rigetto implicito dell’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018. «L’ossessione dell’Occidente per l’arricchimento non è innocente», ha commentato Khamenei.

Secondo Fatemeh Sayahi, ricercatrice in relazioni internazionali, «la questione nucleare è ormai oltre il piano scientifico e diplomatico. Si tratta di sovranità e identità politica dell’Iran». Il regime, a su dire «non accetterà mai un arricchimento pari a zero». Anche tra i riformisti, tradizionalmente più inclini al compromesso, oggi prevale il rifiuto, ha raccontato l’esperta. «L’Iran ritiene che ricostruire le infrastrutture sia più facile che perdere la capacità stessa. Conoscenze e competenze non possono essere bombardate. Preservare la capacità tecnica è l’ultima linea di deterrenza strategica», ha spiegato infine Sayahi a Shafaq News.

Colloqui Usa-Iran: “C’è il timore che la pazienza di esaurisca”

D’altra parte, l’amministrazione Trump alterna segnali concilianti a dichiarazioni perentorie. Ivan Sascha Sheehan, decano del College of Public Affairs dell’Università di Baltimora, ha invitato alla prudenza: «Interpretare le dichiarazioni di Witkoff come minacciose è fuorviante». L’amministrazione statunitense ha più volte ribadito che un accordo è «auspicabile e realizzabile». Ma lo stesso Sheehan riconosce: «Il divario tra i negoziatori è destinato ad ampliarsi e le posizioni a irrigidirsi. C’è il timore che la pazienza si stia esaurendo».

Israele osserva e si prepara, ma attende il round a Roma

La Cnn, inoltre, rivela indiscrezioni che potrebbero segnare una rottura tra Trump e gli storici alleati israeliani. Sembrerebbe che l’intelligence Usa avrebbe intercettato segnali concreti di una possibile azione militare israeliana contro i siti nucleari iraniani. Comunicazioni riservate e movimenti sul terreno alimentano l’ipotesi di un attacco imminente. Ma la Casa Bianca è divisa, «un profondo disaccordo» permane sulla reale volontà di Israele di colpire, spiegano le fonti.

Teheran ha bollato le rivelazioni del principale media Oltreoceano come «propaganda psicologica». L’agenzia Tasnim ha liquidato le notizie con disprezzo, ma l’ombra di un’escalation resta. Hassan Hashemian, analista iraniano a Washington, ha avvertito: «Non ci sono veri punti di convergenza. Se le controversie persistono, potremmo assistere a una graduale escalation, che inizierà con le minacce e si sposterà verso qualcosa di più grave».

Un regime sotto pressione interna

Hashemian sottolinea come il regime iraniano sia oggi stretto all’angolo da una crisi profonda: «Dopo il crollo dell’Asse della resistenza e la disintegrazione dei servizi di base, l’unica opzione per la leadership è raddoppiare gli sforzi. Anche a costo di un isolamento più profondo».

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