Claudio Poesio, dna da goleador (e da vincente): «A Pavia sto benissimo, avanti insieme»
Il personaggio
«Il segreto? Semplice, non mi fermo mai. Vado sempre a mille all’ora...». Infatti, Claudio Poesio sta trascorrendo la mattinata libera imbiancando casa. A Voghera, dove, lui originario di Torino, vive da tempo con la famiglia, la moglie e le due figlie di 13 e 10 anni. Attaccante atipico, nè punta, nè centrocampista, con i suoi 21 gol in campionato è stato uno dei grandi artefici della promozione in D del Pavia. Arrivato in estate al Fortunati tra qualche mugugno, ha dimostrato sul campo a suon di reti e di personalità che l’età non lo condiziona assolutamente (compirà 38 anni il prossimo 30 luglio). «Sto bene, giocare non mi pesa, anche se va detto che sto attento a tutti gli aspetti che possono aiutare la mia longevità agonistica».
Nessuna intenzione di smettere col calcio giocato...
«Fino a quando il fisico regge, vado avanti».
Ventuno gol, record personale. Pavia promosso in D dopo sei anni di fallimenti e delusioni. Chi l’avrebbe detto in estate.
«Di gol ne ho sempre fatti. E ovunque sono andato, ho sempre provato a vincere. La mentalità è quella. A Pavia ho trovato una società seria, organizzata, che voleva fortemente questo traguardo e ha lavorato per mettere insieme un gruppo in grado di centrarlo. Poi devo dire che avere in squadra attaccanti esperti e dotati di tecnica come Dugourd, Ardemagni, Perna, centrocampisti come Lazzaro e Itraloni, un Gianluca Nucera con i suoi cross, mi ha aiutato molto a segnare».
Adesso che succede?
«A Pavia sto benissimo, l’intenzione è quella di restare anche in D. Al momento opportuno ne parlerò con la società».
Vogherese adottivo. Come vivrà i derby con la Voghe in caso di permanenza al Pavia?
«Non benissimo, ci sarà qualcuno a Voghera che avrà da ridire… (sorride). Scherzi a parte, tornare al Parisi (dove ha giocato con la maglia dell’OltreVoghe) sarà stimolante».
Annata trionfale col Pavia. Ma senza il sostegno del tifo organizzato. Una situazione simile a quella vissuta all’OltreVoghe.
«Simile. E triste, lo dico in tutta sincerità. Noi giocatori siamo estranei alle dinamiche dei rapporti tra società e tifosi, però giocare senza il calore della curva a volte ha pesato. Personalmente mi auguro che si possa superare il problema. Il presidente Nucera è una persona stupenda, grande appassionato di calcio, che ha investito risorse per riportare il Pavia in D e costruire cose importanti. Altri presidenti non ci sono riusciti».
Il momento chiave della stagione?
«Ce ne sono stati diversi. Il più importante forse quando abbiamo recuperato 9 punti di ritardo dalla Solbiatese, che stava andando come un treno. Battendo il Mariano ci siamo ritrovati a -1 e abbiamo capito che potevamo davvero farcela».
Trentotto anni. Non è il caso di cominciare a pensare anche al dopo?
«In realtà lo sto già facendo. Con l’amico e collega Ruben Rebolini, che gioca nell’Orceana, abbiamo aperto la “Soccer training academy” a Rivanazzano, una scuola calcio individuale con camp in ogni stagione. Abbiamo già più di sessanta iscritti, il sogno è di creare un vero e proprio centro sportivo allargando l’attività. Stiamo lavorando per realizzarlo».