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Giorgio Boatti e il suo “Inganno di Stato”: storia di scelte, intrighi e segreti

Giorgio Boatti, come recita la breve bio sul profilo Facebook, "vive e lavora in una vecchia cascina, accanto al fiume, nel parco del Ticino". A Torre d'Isola, in quello che lui ama chiamare eremo - dimora appartata e solitaria ove è possibile ritirarsi a lavorare in pace, dice in effetti il dizionario - si divide tra casetta e ufficio, uno spazio "gentilmente concesso" dove ha potuto sistemare la sua sterminata biblioteca e le cose che gli servono per lavorare: una sedia, una scrivania con vista sulla corte e una poltrona per la lettura. Alla parete c'è una bacheca, uno spazio per fissare appunti, ritagli, pensieri e buoni propositi. Ci sono anche le copertine di libri che ancora non ci sono, ma ci saranno. Un rituale curioso e affascinante: Boatti parte da lì, da un titolo già praticamente definitivo e da una copertina assemblata artigianalmente ma dal concept nitido, spesso prima ancora di scrivere una sola riga - spoiler: i prossimi libri sono almeno un paio.

Intanto è appena uscito quello nuovo, "Inganno di Stato - Intrighi e tradimenti della polizia politica tra fascismo e Repubblica" (Einaudi, 370 pagine, 22 euro), il ventiduesimo della sua carriera, che segna dopo 15 anni il ritorno ai temi dell'intelligence e dello spionaggio dopo un periodo dedicato al trittico del viaggio-reportage edito da Laterza e all'intimo "Abbassa il cielo e scendi" pubblicato da Mondadori. Anche "Inganno di Stato", sottolinea Boatti, chiude un trittico.

E cosa lega "Inganno di Stato" ai due precedenti libri (di grande impatto) con Einaudi, "Piazza Fontana" e "Preferirei di no"?

«I temi della scelta, dell'etica, del modo nuovo di essere cittadini e di intendere la comunità. Avevo raccontato dell'innocenza perduta il 12 dicembre 1969 a Milano, quando ci siamo accorti che la democrazia ha i suoi buchi neri. Poi dei dodici professori che hanno scelto di non soggiacere alla dittatura e di ribellarsi allo stupro delle coscienze orchestrato da Mussolini. E ora, con ”Inganno di Stato”, la vicenda storica della polizia politica che ha lavorato servizio del duce ma che esisteva prima di lui e addirittura gli sopravviverà nella Repubblica, una continuità poco raccontata se non addirittura rimossa».

Nella quarta di copertina si dice che, pur aderendo puntigliosamente alla realtà dei fatti, il libro “prende un'altra direzione". Quale?

«Lo storico spiega cosa è accaduto, ma non deve limitarsi a questo: sarebbe un semplice riordinare carte ingiallite. Oltre al cosa, deve spiegare il come. Deve cogliere il senso. La storia ha un suo fluire, una sua apparente naturalezza, una sua ripetitività. E' come il traffico di una città: se ti limiti a osservarlo noti solo che bene o male tutto scorre. Poi però, se approfondisci, se pensi a come si sono evoluti i mezzi, le regole, la segnaletica, ti si apre un mondo. Anche per la storia - nel rispetto della verità, di cui lo storico è testimone - bisogna andare oltre la superficie. Mi piace l'idea di poter offrire ai lettori un paio di occhiali per vedere meglio».

E quindi, nel caso di "Inganno di Stato"?

«Ho scelto un approccio comparatistico, in un continuo incrocio di storie e di destini, a cominciare da quelli di Claudio Pavone e Guido Leto, giovane cospiratore antifascista il primo e capo della polizia politica del regime il secondo. Il libro parte proprio dal loro incontro nella Roma occupata dai nazisti. Su sponde profondamente opposte, sono due uomini notevoli, di grande cultura. Pavone diventerà studioso di straordinaria levatura, cui si devono pagine nuove di storia con la preziosa ricerca su quel periodo oscuro. E Leto era il motore di un apparato che sulla narrazione - una narrazione molto sofisticata - costruiva una parte fondamentale della sua attività».

Il libro è proprio dedicato a Pavone, "maestro di rigore storiografico, testimone di impegno civile". Vi siete conosciuti?

«Sì, negli anni '70, ai tempi del mio lavoro in ambito accademico sulle istituzioni militari, da cui nasce l’interesse per i temi cui ho dedicato diversi dei miei libri. E’ stato un personaggio più unico che raro. Basti pensare che al mondo universitario è approdato quando aveva ormai passato i 50, dopo anni trascorsi a riorganizzare l’Archivio di Stato. Un aneddoto, per me, lo descrive fedelmente. A una studentessa che gli chiedeva un consiglio su come concludere la tesi, lui scrisse a lato della pagina tre diverse ipotesi contenute in una parentesi graffa: ora la scelta, le disse, spetta a lei. Lui le aveva solo tracciato la via».

Le scelte le fanno anche gli scrittori: una storia invece di un’altra, un certo grado di impegno, una certa visione.

«Nella mia vita appartata faccio continui bagni di realtà, leggo, studio, mi confronto. Invecchiando, mi godo il piacere di imparare e di capire. Questo deve fare l’intellettuale, scendere dalla cattedra e porsi al servizio della comunità. Lo faccio anche con questo libro, che parla a ogni generazione e offre una chiave per capire una fase della nostra storia e come funzionano le istituzioni a guardia del segreto e del potere. E’ una militanza civica».

Detto da uno che ha praticato la militanza politica.

«Rifarei tutte le scelte della mia gioventù. Forse avrei potuto studiare di più, capire di più. Ecco, diciamo che qualche maestro in più ci avrebbe fatto comodo. Io molti li ho trovati dopo, lungo il mio cammino. Oreste Del Buono, per esempio. Anche lui un uomo che in tema di scelte mi ha insegnato parecchio».

Oltre che tra le scelte, “Inganno di Stato” si snoda tra i segreti: altro tema ricorrente dei libri di Giorgio Boatti.

«Un tema che mi ha sempre interessato, il ciò che non si conosce. Credo che abbia a che fare anche con la mia storia personale e la vicenda della malattia mentale di mio fratello, in quell’ordine misterioso delle cose che c’era nel suo cervello e che io ho dovuto affrontare».

“Abbassa il cielo e scendi” narra proprio questa storia: intima, familiare, drammatica. Che esperienza - anche letteraria - è stata?

«Un’operazione di verità con me stesso. Ho raccontato un’esperienza di vita difficile, a tratti estrema, a cui nonostante tutto sono grato: mi ha consentito di vincere lo stigma e di non avere paura della sofferenza. Ho girato l’Italia a presentare il libro, sul tema per fortuna c’è grande sensibilità, mi hanno chiamato dappertutto».

Non a Pavia, però. A molti non è sfuggito che non l’ha presentato in città.

«Non l’ho fatto per una ragione. La vicenda di mio fratello è anche giudiziaria e su questo aspetto a Pavia è calato un silenzio assoluto, che io leggo anche come mancanza di una comunità nel difendere i suoi figli. Per me è inaccettabile».

C’è un messaggio da cogliere da “Inganno di Stato”?

«Vorrei che facesse riflettere sulla complessità della storia e su quella delle scelte, scansando il moralismo ed evitando di tracciare linee rette tra buoni e cattivi: facile giudicare a posteriori chi è l’eroe e chi l’infame. E che facesse riflettere anche sul valore assoluto della verità. Come scrive Giovanni nel suo Vangelo: è la verità che rende liberi».

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