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Orban che gioca a fare il «mediattore»



Una reprimenda che non cambia la situazione. La crescente preoccupazione e fastidio da parte dei leader Ue sul mandato «che si è auto-attribuito Viktor Orban nelle cosiddette missioni di pace, quando era chiaro che il premier rappresentava solo se stesso», necessita di approfondimenti. Intanto, se ne discuterà mercoledì 10 luglio, alla nuova riunione dei Rappresentanti Permanenti dei 27 in Ue, quando all’ambasciatore dell'Ungheria «saranno chiesti chiarimenti» sul ruolo della presidenza di turno ungherese.

Soprattutto, Bruxelles deve capire se il leader ungherese (e presidente di turno dell’Unione per i prossimi sei mesi) stia o meno boicottando l’istituzione che rappresenta, per un vantaggio esclusivamente personale/nazionale. Se cioè Orban sfrutta il ruolo di cui è stato investito dall’Unione per fare affari e mantenere buoni rapporti con il blocco orientale.

Le tensioni, dicono fonti europee, potrebbero crescere ulteriormente «con l’avvicinarsi al Consiglio Affari Esteri, visto che Budapest continua a bloccare il via libera all’European Peace Facility, dove c'è già un'intesa a 26». Lo European Peace Facility (Epf) è lo strumento finanziario comunitario che più incide per garantire la sicurezza ai cittadini e ai partner d’Europa. Con un fondo del valore di oltre 17 miliardi di euro e misure di assistenza che possono comprendere la fornitura di materiali nel settore militare e della difesa, infrastrutture e supporto tecnico, l’Epf è oggi un asset chiave dell’Europa unita in tema di difesa; soprattutto a partire dall’invasione russa dell’Ucraina.

Ed ecco che si capisce come e quanto importante sia un chiarimento da parte di Orban nei confronti dei suoi alleati: a che gioco sta giocando il premier ungherese? Due elementi anzitutto: il primo è che il tour a Mosca e Pechino ha preceduto di poco la nascita di Patrioti per l’Europa, la formazione politica che raccoglie quei partiti euroscettici con in comune simpatie e collegamenti con la Russia (e con la Cina): guidata proprio da Fidesz (il partito di Orbán), in Italia ne fanno parte Vox per la Germania, i lepenisti del Rassembement National per la Francia e la Lega per l’Italia. Giusto per avere un quadro d’insieme.

Ovvio poi che, da un lato, Orban voglia rassicurare i Paesi da cui più dipende: la Cina è il più grande investitore straniero in Ungheria; mentre Mosca è (era, fino alle sanzioni) uno dei suoi principali partner commerciali nel settore dell’energia, comprese le centrali nucleari in costruzione in Ungheria con l’aiuto della russa Rosatom. Un aspetto, questo, non di poco conto, considerato che Budapest e Mosca hanno un accordo sin dal 2014 per la costruzione della seconda grande centrale nucleare ungherese, il cui costo complessivo di 12,5 miliardi di euro è coperto per 10 miliardi proprio da un prestito del Cremlino. La prima centrale, Paks, è l’unica oggi operativa nel Paese e da sola genera circa la metà del fabbisogno elettrico nazionale: grazie all’aiuto russo, con due o più reattori l’Ungheria potrebbe quasi affrancarsi dalla dipendenza energetica estera.

Ovviamente, questo non basta a spiegare i solipsismi di Orban, che in passato ha già offerto ampie dimostrazioni di volersi «distinguere» da Bruxelles. Budapest, infatti, negli ultimi anni: ha guidato il Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) nel respingere con fermezza ogni soluzione europea alle crisi migratorie; ha bloccato i negoziati di adesione dell’Ucraina all’UE; ha ostacolato ogni aiuto finanziario e militare a Kiev; ha rallentato l’attuazione delle sanzioni occidentali verso Mosca; ha boicottato l’ingresso della Svezia nella NATO; ha rifiutato l’incontro a Varsavia con il presidente Usa Biden e i Nove di Bucarest (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia, che insieme rappresentano il fianco orientale della NATO); tifa spudoratamente Donald Trump in funzione filo-russa; e adesso maramaldeggia con i 26 dall’alto della sua temporanea (semestrale) posizione di leader europeo.

Orban è dunque un putiniano? Non esattamente. Un agente provocatore al soldo del Cremlino? Neanche. Ma, essendo il suo un piccolo Paese ai confini orientali dell’Unione, sa che storicamente - la rivoluzione del 1956 soffocata nel sangue dai carri armati sovietici, con tremila mila ungheresi morti - è meglio non indispettire troppo il gigante russo (registriamo qui che Orban è stato un fervente anticomunista). Dall’altra, è consapevole che la cosa più preziosa, forse l’unica, che il suo Paese può offrire nel contesto internazionale è proprio la capacità di influenzare le politiche dell’Ue e della NATO. Il che, dal punto di vista di Bruxelles, è un fastidio continuo; ma dal punto di vista di Mosca e Pechino, è oro.

Per tale ragione, Orban sa che nella sua finestra di massima visibilità, può e deve giocare bene le proprie carte, considerato che la guerra al confine è un problema per tutti, ma per gli ungheresi un po’ di più.

Il suo disegno non sembra tanto volto ad alimentare le divisioni all’interno dell’Unione per favorire le politiche russe o cinesi, che ovviamente anelano un’Europa in disaccordo e litigiosa secondo il principio del divide et impera, cosa che favorirebbe una loro penetrazione in singoli Paesi (mentre un blocco unico Ue sarebbe impenetrabile). Viktor Orban punta semmai a qualificare l’Ungheria come Paese chiave nelle negoziazioni, come per la pace in Ucraina, al fine di ottenere domani un tornaconto. Se infatti il premier riuscisse davvero a far sedere allo stesso tavolo Putin e Zelensky (figurativamente, s’intende) e magari a ottenere certi vantaggi per Mosca, un titolo da esibire e sfruttare per i posteri – leggi: nelle prossime elezioni interne, dove è in calo di consensi; nelle negoziazioni europee, dove è un paria; in chiave di accordi commerciali con l’Est, mai abbastanza remunerativi – non glielo toglierebbe più nessuno.

C’è poi un altro aspetto, se vogliamo anche sociologico, non secondario: come scrive lo scrittore Michel Houellebecq, esiste una «arroganza auto-soddisfatta delle élite», siano esse economiche o culturali, che divide i cittadini del Vecchio Continente in blocchi antagonisti e che «si ritrova in termini comparabili in tutti i Paesi europei, e anche negli Stati Uniti». Ecco, il figlio della borghesia rurale ungherese, proveniente da un paesino di provincia e da una famiglia calvinista, ora che ha fatto strada – davvero molta, per la verità – non intende più sottostare al rigetto dello snobismo «dell’Europa che conta».

Il che è qualcosa che istintivamente lo accomuna agli altri «reietti» della politica internazionale, che di quella élite volevano essere parte e che da essa si sono sempre sentiti respinti (e perciò meditano la loro personalissima rivalsa): vale per Donald Trump che, nato nel New Jersey, non è mai stato accettato a Manhattan (figurarsi altrove) nonostante i soldi e il potere accumulati; vale per Vladimir Putin, che agli esordi da leader si sentiva sinceramente europeo e voleva addirittura entrare nella NATO, ma si è visto respingere bruscamente da quel club; e oggi vale anche per Marine Le Pen e Giorgia Meloni, con quest’ultima che, pur al vertice del potere, appare ancora come un elemento spurio agli occhi dell’élite brussellese (prova ne siano le nomine dei vertici Ue, definiti senza ammetterla alle consultazioni decisive).

Dunque, Viktor Orban assomma in sé elementi di ambizione a rivalsa, di pericolo ma anche di moderazione, con l’incognita che qui più c’interessa: quella del superamento del meccanismo per cui il Consiglio europeo deve votare all’unanimità su una serie di questioni considerate sensibili dagli Stati membri, a cominciare dalla politica estera e di sicurezza comune. Fino a che non sarà superato, a Bruxelles non solo per conto di Mosca e Pechino Orban continuerà a fare il buono e il cattivo tempo. E a ritagliarsi questo ruolo che, più che da negoziatore, pare più da negoziattore.

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