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Baronchelli torna a Gemona per raccontare un ciclismo che fece epoca: «Ricordo il Giro del 1977 tra le macerie del Friuli»

GEMONA. Arriva puntuale in auto dal paesino della Bassa Bergamasca dove abita. Andrea Cainero, del Comitato tappa del Giro 2023, è andato a prenderlo al casello autostradale.

Arriva, magro come uno scalatore, quasi come quando faceva diventare matti Moser e Saronni o metteva paura a Merckx e Hinault. «Piacere, Gianbattista Baronchelli», dice con il sorriso gentile.

E per presentare, venerdì 24 marzo, quella tappa a Tarvisio, la numero 20 del Giro d’Italia 2023 non potevano che chiamare lui, il 69enne gentile, che pedala ancora 8 mila km l’anno («ma non più sulle mie salite», sorride) che ha scritto pagine indelebili del ciclismo.

È Tista, o Gibì di “dezaniana” memoria, fate come volete, campione di un ciclismo passato che manca tanto.

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Una prova? Avete visto il putiferio uscito fuori dopo la lite Moser-Saronni 2.0?

«Vi rendete conto che più che delle corse di adesso e dei campioni italiani che non ci sono più si parla ancora di ex corridori settantenni? Ah, io andavo più forte in salita di loro, questo non me lo toglie nessuno».

Arriva il sindaco Roberto Revelant. C’è anche Bepi Bazzana del Comitato tappa. Spunta Giorgio Valent, del Comune di Gemona, con una “reliquia”. È lo stendardo della Trieste-Gemona, semitappa del Giro 1977, che portò la carovana rosa tra le macerie del sisma. “Tista”, che in quel Giro arrivò terzo, si commuove. Vuole sapere tutto della Ricostruzione. Il sindaco lo porta in via Bini, tra gli edifici rinati dov’erano e com’erano.

Poi il Duomo. Gibì, religiosissimo, fa il segno del cristiano (vi ricordate De Zan diceva proprio così) cui aggiunge un bacio alla Madonna. Si sale in castello, nei giardini ricostruiti, ammirando dall’alto la città, fotografa. Racconta un’epoca del ciclismo che non c’è più con tre o quattro salti di mezzo secolo su quello attuale che devono far riflettere.

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Baronchelli, perché ha iniziato a correre?

«Pumenengo, bassa Bergamasca. Ho iniziato ad andare in bici a 14 anni seguendo le orme di mio fratello Gaetano che andava forte ed era un grande appassionato. Ho cominciato per fuggire alla vita dei campi».

Ha ancora un primato: in 40 giorni nel 1973 ha vinto il Giro d’Italia dilettanti e il Tour de l’Avenir, le due principali corse tra i giovani.

«Sì, è stata una grande impresa che mi ha fatto conoscere. Una cosa non indifferente. Andavo forte, soprattutto in salita. Pesavo 73 kg e un rapporto peso-potenza perfetto».

Il suo idolo?

«Eddy, lui e soltanto lui. Il più forte di tutti».

Eppure Merckx sulle Tre Cime al nel 1974 con lei ha rischiato di perderlo quel Giro. Ora vanno di moda i giovani che vincono tra i pro appena superati i 20 anni, pensiamo a Pogacar o Evenepoel, lei passò professionista a 21 anni.

«Vero. Ma se uno va forte va forte. Mi sono ritrovato al Giro d’Italia a battagliare con Merckx e l’ho perso per 12 secondi. Ma quel secondo posto per me non fu una delusione ma la consapevolezza di essere forte e di poter dire la mia anche tra i professionisti».

Vorrebbe ricorrerla quella tappa sulle Tre Cime?

«No, ormai è fatta. Ma all’inizio della salita attaccai troppo presto. Dopo Misurina la strada impazzisce all’insù, io lì scattai non sapendo che in realtà poi sarebbero arrivati un paio di chilometro facili prima dell’ultima dura ascesa. Ecco, se avessi avuto ancora Bitossi come compagno di squadra, lui che quella salita l’aveva già fatta, mi avrebbe detto di attaccare dopo e forse avrei vinto quel Giro. Ma Merckx era Merckx e il giorno dopo corse un tappone super verso Bassano».

Il ciclismo in quegli anni era lo sport nazionale...

«Anche adesso è importante, solo che ora non abbiamo campioni. L’ultimo è stato Nibali, che in gruppo era intelligente e riflessivo e mi ricordava Gimondi».

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Ha visto che Moser e Saronni si danno ancora battaglia sui giornali?

«Guardi, prima di Saronni Moser trovò me come rivale. Io taciturno, lui più espansivo: i giornalisti preferivamo lui perché dava i titoli facili. Bastavano due dichiarazioni e le folle si sobillavano. Pensi che due giorni dopo la tappa di Gemona nel 1977 vinsi a Pinzolo il tappone dolomitico nonostante la notte precedente i tifosi di Moser avessero fatto chiasso sotto il mio albergo: perchè uno non poteva vincere a casa di Francesco. E ne potrei raccontare tante altre. Una volta gli dissi: Moser scendiamo e meniamoci va, così regoliamo i conti».

Poi arrivò Saronni.

«E Beppe mi deve ringraziare. Passò alla Scic nel 1977 e per due anni poté crescere nella mia ombra. Poi vinse e tanto».

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Chi era il più forte tra i due?

«Moser era un cronoman, ha vinto tre Roubaix, era uno che non mollava mai. Saronni andava più forte in salita ed era veloce. Hanno vinto tanto, anche perché i Girio d’Italia glieli disegnavano su misura...Io in salita ero più forte e con la metà delle salite che piazzano adesso al Giro qualche maglia rosa a Milano l’avrei vinta».

Cosa dice di questa rivalità 2.0 scoppiata quaranta e più anni dopo?

«Vuol dire che il ciclismo d’allora è stato indimenticabile e colma ancora i vuoti di quello attuale. Ai miei tempi i nostri sponsor, tutti italiani, volevano che si corresse solo in Italia. Al massimo le Classiche del Nord. Al Tour de France nemmeno si andava. Era proprio un’altra epoca».

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E Hinault un altro grandissimo di quell’epoca. A Mondiale di Sallanches, per tentare di tenergli testa, fece la fatica più grande della sua carriera?

«No. All’inizio gli diedi anche i cambi in quella fuga a due. Poi però mi vennero i crampi, ma non crollai arrivando secondo con onore. Bernard era semplicemente il più forte e meritava quel titolo. Era un grande, taciturno come me, introverso, solo che in Cirylle Guimard trovò un direttore sportivo che parlava, e bene, al suo posto».

Baronchelli e il Friuli?

«Giro del Friuli 1975, mi gioco la corsa con Battaglin e Poggiali. Ques’ultimo fa il furbo con me e Giovanni e poi...vince. E poi quella tappa delle Tre Cime del 1974 partì da Pordenone. Oltre al ricordo del Giro 1977 quando arrivammo e partimmo tra le macerie. Ma c’è un altro ricordo terribile che mi lega al Friuli. Ero a Pordenone per il Giro del Friuli quando nel settembre 1976 arrivò la seconda scossa. Eravamo in albergo prima della corsa, al secondo piano. La scossa durò 13 secondi, io e mio fratello ne impiegammo 12 a scendere in strada. Mentre Moser, che era in piani alti di un altro hotel nemmeno la sentì quella scossa... Ammiro come la vostra gente, pur piegata da tanti lutti, abbia saputo ricostruire tutto in poco tempo».

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La sua vittoria più bella?

«Il secondo Giro di Lombardia nel 1986 in Piazza Duomo a Milano. Era l’anno in cui avevo cambiato squadra a metà stagione andando via dalla Supermercati Brianzoli naturalmente perché era arrivato il solito Moser».

Le salite che avrebbe voluto nei suoi Giri d’Italia?

«La cronoscalata del Lussari e un arrivo sullo Zoncolan mi avrebbero fatto comodo. All’epoca facevamo le salite più dure al massimo col 41x28, un rapporto ora impensabile. È cambiato il mondo».

E dobbiamo aggrapparci a due pistard come Ganna e il friulano Jonathan Milan per vincere.

«Vero. Ma attenzione, Ganna o un talento come Milan dovrebbero correre con una squadra tutta per loro perché sono talenti veri. Il World Tour e i soldi che l’hanno invaso hanno fatto anche tanti danni. Squadre fatte da corridori tutti abili a vincere, con i corridori che scelgono gli obiettivi stagionali. Ai miei temi si correva per vincere da marzo fino in autunno».

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Lei e Pogacar avevate una cosa in comune: la bicicletta Colnago.

«È una specie di Merckx lo sloveno. Sbaglia però a voler fare il Cannibale in tutte le corse. Senza una squadra all’altezza, meglio farsi un po’ di amici e puntare sulle grandi corse. Ma è fortissimo».

È vero in Italia abbiamo pochi talenti. Ma lei manderebbe i suoi nipoti a correre su queste strade trafficate?

«Ha centrato il punto. No, non lo manderei. Ormai correre in bici è una giungla, sarebbe ora che i nostri politici facciano qualcosa. Ma ci sono troppi interessi attorno alle auto».

Lei è un uomo di grande fede.

«L’ho scoperta 12 anni fa, la fede è una grazia che una persona trova. Senza fatica non c’è fede, come senza la fatica di una salita non c’è ciclismo. E che il 27 maggio una tappa del Giro arrivi ai piedi d’un Santuario simbolo di fratellanza tra tre popoli è meraviglioso». —

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