I serbi del Kosovo restano sull’Aventino: a rischio l’intesa fra Pristina e Belgrado
BELGRADO Molti, troppi segnali suggeriscono che le supposte storiche intese raggiunte nelle ultime settimane potrebbero rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua. Sono quelli che riguardano i rapporti tra Serbia e Kosovo, relazioni che – almeno secondo la Ue - dovrebbero essere sulla via della normalizzazione dopo gli accordi raggiunti dal presidente serbo Aleksandar Vučić e dal premier kosovaro Albin Kurti il 27 febbraio a Bruxelles, e poi ratificati - ma non siglati - il 18 marzo a Ohrid, sotto gli auspici dell’Alto rappresentante Ue agli Esteri Josep Borrell.
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La potenziale diatriba
La realtà dei fatti appare però diversa. È quanto segnala una potenziale nuova esplosiva diatriba che riguarda le elezioni locali straordinarie fissate per il 23 aprile nel nord del Kosovo, area a maggioranza serba che alla fine dell’anno scorso ha visto dimettersi rappresentanti politici, giudici e poliziotti in segno di protesta contro le mosse di Pristina, che voleva reimmatricolare le auto con targhe automobilistiche emesse da autorità serbe sostituendole con quelle kosovare.
Le elezioni, essenziali per riportare l’area alla normalità, non vedranno però correre la Srpska Lista, partito che rappresenta gli interessi serbi in Kosovo, assolutamente maggioritario tra i serbi di quel Paese. Il partito non ha presentato né liste né candidati per la tornata elettorale entro i termini previsti. La posizione della Srpska Lista non è cambiata rispetto agli ultimi annunci del partito, legato a stretto filo a Belgrado. Annunci come quelli post-vertice tra l’ambasciatore americano a Pristina e i leader della Lista, Goran Rakić, Dalibor Jevtić e Igor Simić, che avevano annunciato che il movimento «non parteciperà alle elezioni fino a che non sarà formata l’Associazione dei comuni a maggioranza serba» in Kosovo e non saranno «ritirate le unità speciale» della polizia kosovara da nord.
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L’Aventino dei serbi
Insomma l’Aventino dei serbi continua malgrado le intese di Bruxelles e Ohrid. E potrebbe portare a nuove tensioni di piazza se Pristina proseguirà senza i serbi col voto di aprile, o se non istituirà l’Associazione dei comuni, per Belgrado la pre-condizione per il rispetto di tutti gli altri impegni presi con Borrell. Ma – altro segnale negativo – quest’ultimo passo appare ancora una fatamorgana. Per formare l’Associazione «servono rappresentanti» della comunità serba e il «processo rischia di essere ritardato senza eletti» alle urne, ha ammesso il numero due dell’ambasciata tedesca a Pristina, Karsten Mayer-Wifhausen.
Il premier Kurti
Intanto anche il premier Kurti ha lanciato messaggi che non fanno ben sperare. Il leader kosovaro ha prima “provocato” Vučić, sostenendo che le intese di Bruxelles e Ohrid segnerebbero un «riconoscimento di fatto» del Kosovo da parte serba. E ha poi ancora una volta chiuso le porte alla creazione dell’Associazione o almeno nella forma immaginata dai serbi. Nell’intesa sull’implementazione del piano Ue di normalizzazione, infatti, si parla di «autogestione» per la comunità serba in Kosovo, non di «autogoverno» dei comuni a maggioranza serba, ha ricordato Kurti, escludendo dunque per l’ennesima volta che Pristina soddisfi la richiesta di Belgrado e dei serbi del Nord. E ieri lo stesso Kurti ha poi accusato la Serbia di “usare” la Srpska Lista per «interferire» negli affari interni del Kosovo e far saltare gli accordi di Ohrid, un fatto che «la Ue deve condannare».
Viste le premesse, non sorprendono le parole di Borrell che ieri è sbottato condannando «ogni tentativo, futile, di mettere in discussione» gli accordi presi tra febbraio e marzo. E promettendo che la Ue vigilerà, perché «l’intesa è stata concordata e va attuata».