Federico, il datore di lavoro diventato papà adottivo per evitare la condanna del dipendente: «Per me Joseph è come un figlio»
PREMARIACCO. «L’ho adottato perché gli voglio bene come a un figlio e desideravo dare un riconoscimento a questo legame speciale».
È stata la necessità a spingere Federico Pravisani, 74enne di Premariacco, a dare un lavoro a Joseph Kingsley Nkumba, 38enne originario del Malawi. È stata la fiducia a convincerlo ad accogliere in casa il malawiano quando questi è rimasto senza documenti validi e incastrato tutt’oggi in un limbo burocratico. Ma è stato l’affetto, poi, a indurre il friulano ad aprirgli le porte della propria famiglia affinché ne facesse parte a pieno titolo.
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Una storia di integrazione sociale frenata, però, dai cavilli burocratici che, finora, hanno impedito al 38enne l’iscrizione all’anagrafe.
Soltanto l’atto dell’adozione, sentenziata dal tribunale di Udine nel 2021, gli ha offerto un’identità e un riconoscimento da parte dello Stato italiano, permettendogli di superare la sua condizione di clandestinità ed evitandogli una condanna e l’espulsione.
Joseph Kingsley è arrivato in Italia una decina di anni fa per raggiungere sua sorella, che già da tempo viveva a Udine. Quando in seguito lei si è trasferita a Premariacco, il fratello l’ha seguita.
E qui ha conosciuto Federico Pravisani, che abitava a neanche duecento metri di distanza da loro. «Aveva un permesso di soggiorno regolare – racconta Pravisani – e quando mi ha chiesto se avessi avuto bisogno di una persona nella mia azienda agricola l’ho preso come bracciante. Sì è dimostrato da subito un bravo lavoratore e si è integrato nel comune, dove ha fatto subito amicizia con le persone».
L’impiego è proseguito per alcuni anni. «Quando gli è scaduto il permesso di soggiorno – prosegue – si è dimenticato di rinnovarlo e quando è stato fermato dalla polizia è risultato irregolare, così gli è stato notificato il decreto di espulsione. Non potevo più tenerlo a lavorare in azienda e, a malincuore, l’ho licenziato».
Ma il rapporto di fiducia che si era nel frattempo creato tra datore di lavoro e dipendente ha spinto il primo a offrire al malawiano un tetto dove dormire. «Non potendo più lavorare – spiega – non aveva i soldi per pagarsi un affitto e allora gli ho proposto di venire a vivere da me».
La convivenza ha spontaneamente portato i due a comportarsi come padre e figlio, alimentando attaccamento e affetto reciproci alla base della successiva adozione da parte del 74enne friulano. «Nonostante questo – indica Pravisani –, Jospeph Kingsley è senza documenti. Non ha potuto rinnovare neppure il passaporto del Malawi, di cui ha denunciato lo smarrimento nel 2011».
«Una situazione difficile – chiarisce lo stesso Jospeph Kingsley, che non parla ancora bene l’italiano –, non ho documenti, non posso uscire e nemmeno lavorare».
Ma grazie anche all’interessamento dell’avvocato Carlo Monai, che ha assistito il 38enne davanti al giudice di pace e che ha seguito tutta la vicenda, riportata dal Messaggero Veneto, è arrivata nelle ultime ore la notizia di un incontro proposto dalla Questura per sanare la situazione.
«Sarà rilasciato un documento con le generalità del figlio senza il nuovo cognome paterno – indica il legale –, sulla base di quanto stabilito dalla convenzione di Monaco, ratificata con la legge 950 del 1984, che norma il rilascio di un certificato matrimoniale, i cognomi e i nomi».
Per avere il doppio cognome bisognerà attendere ancora. Intanto l’appuntamento in viale Venezia, sabato mattina. Un passo alla volta. —
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