Terminate le riprese del docufilm sul post-Vajont: il regista Negrini racconta la forza degli ertani
La nebbia e la neve, inaspettatamente tanta, hanno alimentato la poesia delle ultime riprese girate a Erto a fine 2021 de “La luna sott’acqua”, titolo provvisorio dell’ultimo lavoro del regista piemontese Alessandro Negrini.
Dopo una decina d’anni di “gestazione”, prodotto dalla Incipit film, è ora in post produzione e potrebbe essere pronto per la primavera.
Organizzato come un documentario (una novantina di minuti) e raccontato invece come una favola, seppur drammatica, si sofferma sugli anni successivi alla tragedia del Vajont e su una comunità, quella ertana, che ha fatto della caparbietà il proprio punto di forza.
«Questo paese mi ha affascinato perché contiene un sacco di cose che mi appartengono – sottolinea Negrini –, una di queste è quella sorta di resistenza partigiana nei confronti di una vita che tenta in tutti i modi di farti sparire o di farti abdicare ai tuoi sogni.
Erto è abitata, consapevole o no, da un sogno che contiene in sé un aspetto rivoluzionario, cioè quello di non arrendersi all’idea che una necro-economia, chiamiamola così, decida per motivi monetari di cancellarti dalle mappe.
Io ho voluto fare un film su questo sogno. E poi perché – conclude il regista piemontese – c’è un aspetto onirico, che io adoro, che è forse felliniano, molto nelle mie corde».
La decina d’anni tra l’avvio e la fine del docufilm, che ha per direttore della fotografia l’internazionale Odd-Geir Sæther (ha collaborato, tra gli altri, con David Lynch in “Inland Empire”), è diventata, paradossalmente, «uno straordinario bonus».
Perché si vedrà «un cambiamento non solo nei personaggi, ma nel paese. Il tempo – sottolinea il regista – diventa anche un personaggio nel film: il tempo che passa con le sue piccole rughe e i suoi piccoli sogni che rimangono indelebili entrambi».
Un lavoro poetico e visionario, quello di Negrini, che fa emergere la forza interiore della gente sopravvissuta al disastro, a quella terribile ondata che il 9 ottobre 1963 spazzò via la vita di quasi duemila persone.
I protagonisti, infatti, sono gli stessi abitanti, dalla memoria storica Italo Filippin, all’epoca tra i ragazzini sfollati, all’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona, cui se ne aggiungono altri, alcuni nati in seguito alla tragedia, come ad esempio Cristiano Cappa, ripreso per la prima volta dodicenne mentre suonava la sua fisarmonica e anche una volta diventato grande, dieci anni dopo.
Nel cast un unico professionista, l’attore sloveno Janez Skof (“Landscape nº 2”).
Il docufilm – sceneggiato da Fabrizio Bozzetti, milanese ma ormai friulano d’adozione, e dallo stesso Negrini – è in coproduzione con Incandenza Film e Casablanca productions, con il sostegno di Fondo Audiovisivo Fvg, Fvg Film commission, Rtv Slovenia, Piemonte Docfilm fund, Media, Norsk Film Institute e Mic (tax credit).
Tra i temi trattati anche la discussa idea di creare e posizionare un’opera d’arte sulla diga, progetto che si era concretizzato in un bando che aveva attirato molti artisti di prestigio, ma che al momento sembra essersi arenato.
Alle riprese documentaristiche realistiche se ne alternano altre di finzione, ambientate nel medioevo, per sottolineare quelle radici profonde di Erto che determinano le caratteristiche peculiari