Katia Aere, bronzo alle Paralimpiadi: «Zanardi è la mia scintilla, Tokyo la mia felicità»
SPILIMBERGO. Non la si può definire una favola, perché di mezzo c’è una malattia che, debilitando il fisico, ti toglie certezze, ti priva di ciò che eri.
Il percorso di Katia Aere, spilimberghese bronzo nell’handbike alle Paralimpiadi di Tokyo, è però una di quelle storie capaci di dare un senso: alle cose grandi e a quelle piccole, a ogni sfaccettatura della vita.
Perché lei ha avuto la forza, la capacità, il desiderio di non mollare: lo ha fatto, prima di tutto, quando stava per morire, quando le avevano dato pochi mesi di vita.
E poi l’ha fatto lo scorso 1 settembre in Giappone, con l’intelligenza di saper adattare la massacrante gara paralimpica alle sue qualità fino ad andare a prendersi una medaglia che, pure lei, dà un senso.
Aere l’ha dedicata al padre scomparso e ad Alex Zanardi, grazie al quale è salita per la prima volta su un handbike: si sono conosciuti ai Mondiali di Maniago del 2018. Molto di più è successo, a dire il vero.
Lì è nata l’amicizia con Zanardi, che per la spilimberghese non è soltanto un modello: è una guida, è fonte di ispirazione, spinta a provarci. Sempre.
Perché, come gli scrisse Zanardi in una dedica sul suo libro, a Maniago, “La vita perfetta non è fatta di grandi risultati, ma di grandi tentativi”.
Katia, come procede la preparazione?
«Abbiamo ricominciato alla grande, ci siamo messi sotto per preparare bene la prossima stagione: non manca molto all’inizio.
E carne al fuoco ce n’è parecchia: debutterò alla Due giorni del mare di Massa, poi ci saranno le tappe di Coppa del mondo. Quindi gli Europei in Austria e i Mondiali in Canada».
Facciamo un passo indietro: 1 settembre 2021. Cosa significa per lei questa data?
«Penso che la mia memoria non la cancellerà mai. È stata una conferma di quello che mi dico di essere da un po’ di tempo, ovvero una donna che ha sovvertito tutti i pronostici.
Ero un’outsider, a Tokyo, non c’era grande attenzione su di me. In Nazionale ci sono arrivata non molto tempo fa e anche se qualche risultato era già arrivato (due bronzi in Coppa del mondo e altrettanti ai Mondiali in Portogallo), stavo iniziando a esplorare le mie capacità in handbike.
Ritrovarsi a lottare così tenacemente per regalare una medaglia all’Italia è stato incredibile, il sogno di una Paralimpiade che si è trasformato in un’impresa.
Incredibile, magico, lì è racchiuso un anno straordinariamente intenso, dal punto di vista fisico ed emotivo».
La gara è stata dura.
«Sapevamo cos’avremmo trovato in Giappone. Un circuito difficile – l’altimetria non perdonava –, il chilometraggio importante, 66 km in quelle condizioni sono complicati, un clima che non avrebbe perdonato.
La cosa più difficile per me è stata proprio l’adattamento al clima, nei primi quattro giorni avevo dubbi che il mio fisico che la facesse. Invece, incredibilmente, il quinto giorno ce l’ha fatta».
Quando ha capito che una medaglia sarebbe stata possibile?
«Nel primo giro mi ero un pochino lasciata trasportare dalle emozioni e dai ritmi delle avversarie, la svolta è avvenuta quando ho capito che avrei dovuto rispettare e imporre il mio di ritmo.
Lì ho compreso di avere qualcosa di più delle altre, ho fatto quello che sapevo e dovevo fare. A un certo punto, più che guardarmi davanti, ero preoccupata dalle inseguitrici.
Ho realizzato che potevo ambire a una medaglia all’inizio dell’ultimo giro: mi sono voltata, non c’era nessuno.
Poi, negli ultimi cinque metri prima del traguardo, quando era fatta, ho sorriso. C’era la felicità, in quel sorriso».
Cos’ha pensato?
«Avevo nella testa le parole del mio coach, “credici fino al giorno dopo”. Me lo ripeteva da inizio 2021, ho vissuto un anno con quello spirito lì: cercando, step dopo step, di raggiungere obiettivi impensabili.
Ho capito che quel pensiero mi aveva portato lontano, ho guardato il cielo: la medaglia l’ho dedicata a mio papà che non c’è più e ad Alex.
Dovevo farlo, mi ha fatto scoprire lui il paraciclismo, mi ha fatto salire lui su un’handbike. È come se la medaglia l’avessimo vinta insieme, l’ho pedalata io, ma c’era anche lui».
Guida, modello, amico: cos’è per lei Zanardi?
«La scintilla che mi ha permesso di fare quello switch che, dal momento in cui mi ero ammalata, non mi era mai accaduto prima. Mi ha dato una motivazione tale dal farmi dire ma perché io no.
È stato ed è ancora oggi mentore, motivatore, mi ha permesso di vedere in modo diverso non solo le cose che avrei potuto fare, ma anche di leggere me stessa in maniera differente.
Non mi stancherò mai di ringraziare la sua forza, la caparbietà, la voglia di vivere, il suo modo di trasmettere valori che possono fare la differenza. Continua a essere un punto di riferimento per tanti».
Ha parlato della sua malattia. Lei ha rischiato di morire, com’è cambiata la sua prospettiva, il suo sguardo sul mondo?
«Quando, in poche ore, ti capita una malattia come la mia, cambia tutto: da quel momento non c’è più la persona che eri prima, cambia anche il fatto di riuscire a riconoscere sé stessi.
È stata una grande difficoltà per me, a parte non sapere se sarei sopravvissuta, riuscire a riconoscermi.
La malattia mi ha portato via l’uso della muscolatura, a un certo punto non riuscivo più nemmeno ad alimentarmi. Mi avevano detto che mi rimanevano due, tre mesi di vita».
Lì cos’è successo?
«Quando tocchi il fondo puoi fare due cose: lasciarti andare o fare leva sul tuo spirito di sopravvivenza.
In un contesto simile ho capito che avrei dovuto mettere in campo le ultime energie che mi rimanevano: avevo materializzato che la paura stava per portarmi via tutto.
Così ho affrontato la mia fobia per l’acqua, iniziando a fare idrochinesiterapia, che è stata decisiva nel mio percorso di riabilitazione».
Per lei il nuoto è diventato anche agonismo, con decine di vittorie. Dovesse scegliere tra quello e il paraciclismo?
«Non ci riuscirei mai, amo entrambi. La prima volta che sono salita su un handbike ho provato un senso di libertà che probabilmente è difficile da comprendere, per chi non è disabile: il vento in faccia, la velocità.
Me ne sono innamorata subito. Ma anche il nuoto è fondamentale per me. Sono due discipline che mi danno cose e consapevolezze diverse, mi danno tanto, non potrei rinunciare a nessuna delle due per niente al mondo».
Nel suo domani cosa ci vede?
«Dal punto di vista sportivo le Paralimpiadi di Parigi: so che non sarà facile, ma lavorerò ogni giorno per esserci.
Le mie avversarie sono toste, rispetto a loro – a causa della mia malattia – ho dei limiti. Ma ci proverò con tutta me stessa. E poi, ovviamente, continuerò a gareggiare anche nel nuoto».
Ha detto che Zanardi è un modello per tanti: lo stesso si può dire di lei.
«Spero che la mia esperienza possa essere da stimolo. Dopo Tokyo mi è capitata una cosa che vale quanto una medaglia, anche di più: una signora di 80 anni mi ha fermata per strada per dirmi che, dopo avermi vista alle Paralimpiadi, aveva deciso di iscriversi a un corso di nuoto.
E si sentiva meglio: umanamente un premio così non puoi quantificarlo».