Carlo Giovanella, l’editore di Trieste che si ricompra sulle bancherelle i suoi vecchi libri
TRIESTE Prima con lo scooter, adesso dopo essere rimasto vittima di tre incidenti, con una Smart argento metallizzato lo vedi girare per la città per andare a trovare le sue creature di carta. L’editore Carlo Giovanella, 67 anni, goriziano trapiantato a Trieste, titolare della casa editrice Mgs Press, è sempre in pressing sui librai che espongono le sue creature. Dalla scelta del libro fino alla sua promozione e distribuzione cura tutti i passaggi con un’attenzione maniacale. Una filosofia sacchiana per usare una metafora calcistica. Vuole sempre verificare di persona se i suoi volumi hanno una buona visibilità in vetrina e se sono stati sistemati anche sul bancone vicino alla cassa dove il lettore comprando altro può essere indotto in tentazione a fare un altro acquisto buttando l’occhio sulla copertina. Piccoli trucchi del mestiere.
Giovanella è diventato editore strada facendo (copyright di Claudio Baglioni), si è lanciato in questa avventura dopo aver fatto per oltre 25 anni prima il fotografo e poi il giornalista al Piccolo. Era uno dei ragazzi di via Silvio Pellico, storica sede del giornale sotto le direzioni di Chino Alessi, Ferruccio Borio e Luciano Ceschia. Dopo l’abituale gavetta nelle cronache, per anni ha curato la rubrica Segnalazioni. «Avevo cominciato il mestiere nella redazione di Gorizia con una licenza di fotografo ambulante rilasciata dalla Questura», racconta. Tanta cronaca prima nella città isontina e poi a Trieste, la lunga parentesi delle Segnalazioni per finire la carriera nel settore della politica.
Trentacinque anni in mezzo ai libri della Mgs Press, un compleanno festeggiato da pochi mesi...
Lo abbiamo festeggiato nell’ottobre del 2021. Un momento per fermarsi un attimo e fare un primo bilancio. Direi che nel nostro piccolo è soddisfacente, chiaramente senza tenere conto di questi ultimi due anni di Covid. Come in tutte le aziende abbiamo avuto i nostri alti e bassi. Abbiamo da subito puntato su proposte editoriali legate al territorio, alla sua storia, ai suoi personaggi ed è stata una scelta che ha pagato. Anche se con i libri, finchè non sono in libreria, non sai mai come andrà a finire. Ho puntato molto su volumi che poi sono andati così così, altri che ho pubblicato con poca convinzione sono andati benissimo. È sempre un terno al lotto.
Due esempi?
In negativo la traduzione in dialetto triestino del Pinocchio di Collodi, un bellissimo libro di Nereo Zeper corredato dalle tavole di José Kollmann. Purtroppo non è stato capito. Sempre di Zeper, oggi il miglior autore dialettale, non credevo troppo nell’edizione dell’Inferno di Dante in triestino. Le prime 500 copie sono andate a ruba in due settimane, negli anni abbiamo fatto numerose ristampe.
Con un figlio, Giulio, velista di fama internazionale, con una facile battuta si potrebbe dire che gli affari dovrebbero andare a gonfie vele…
Non è un mercato facile, ma ci difendiamo. Lavoriamo su un territorio ristretto, la Venezia Giulia, e da molti anni pubblicizziamo i nostri libri anche sui social e sul nostro sito internet. Parliamo di numeri di una piccola casa editrice che si occupa in prevalenza di cose locali. Siamo usciti però dai nostri confini con la collana dedicata agli Asburgo. Posso permettermi di sbagliare due libri all’anno, non di più, per non inficiare il bilancio.
Una piccola miniera d’oro gli Asburgo, com’è cominciata questa fruttuosa avventura editoriale?
È iniziata per puro caso grazie alla collega Gabriella Ziani che mi regalò un’edizione del 1942 del libro “Come non fui imperatrice” di Stefania del Belgio, moglie sfortunata di Rodolfo di Asburgo. Mi era così piaciuto che ho deciso di pubblicarlo. Non sapevo ancora nulla di editoria. Era il 1991. Le prime mille copie andarono a ruba in due settimane… avevo scoperto un filone, e ancora oggi lo ristampiamo.
Come sono stati gli esordi, all’inizio Mgs Press non pubblicava libri…
Vero, Mgs Press nasce con il quindicinale “Il posto di lavoro nel Friuli Venezia Giulia”, pubblicazione durata tre anni con grande fatica per mantenerla a galla. Inizialmente eravamo tre soci, io, Roberto Micalli e il compianto Walter Spreafico. Dopo questa esperienza abbiamo puntato su due guide annuali gratuite: d’estate “Scopri Trieste - Discovering Trieste”, in italiano e in inglese; d’inverno “Scopri teatro Trieste” in italiano. Stampavamo 50 mila copie per ogni edizione, si pagavano con la pubblicità raccolta dalla bravissima signora Pia. Con “Come non fui imperatrice” siamo diventati editori. Ho cominciato ad acquistare diritti di libri in tedesco sugli Asburgo da editori austriaci e tedeschi. Bisognava chiaramente pagare anche la traduzione. Ne ho pubblicati ormai una quarantina, me li ordinano da Trento alla Sicilia. La famiglia imperiale ha sempre attirato molti lettori, la storia di Sissi è la più gettonata.
Negli anni l’editore si è sovrapposto al giornalista. o le due professioni possono convivere?
Non possono coesistere, sono due professioni diverse, il giornalista è scomparso.
Resteranno i ricordi belli degli anni passati al Piccolo...
Ho conosciuto bene Chino Alessi, persona meravigliosa che ha avuto un ruolo importante nella mia vita di giornalista. Al riguardo ho un gustoso aneddoto: un giorno faccio un servizio fotografico per conto del giornale in occasione dell’inaugurazione di un ospedale a Gorizia. Ad un tratto mi si avvicina una persona che vuole darmi una busta con dei soldi. Io gentilmente rifiuto. Circa un mese dopo mi chiama la segretaria di Alessi dicendomi che il direttore voleva vedermi. Ero terrorizzato, pensavo di aver combinato qualcosa. E invece mi riceve e sorridendo mi consegna una busta dicendomi: “Questo xe per ti perchè te me ga fato far bella figura rifiutando quei soldi...”. Alla fine sono stato anche il suo editore: quando abbiamo cominciato a lavorare al suo libro ha preteso il “tu”, cosa per me impossibile. Lo chiamavo dandogli del lei e lui metteva subito giù la cornetta. Alla fine ho dovuto dargli del “tu”. Purtroppo non è riuscito a vedere la copertina del suo libro: stavo andando in ospedale per mostrargliela quando una telefonata del figlio Rino mi annunciava che era morto poche ore prima.
Spariti per un motivo o per l’altro i soci, sei rimasto solo alla guida della Mgs. Una sorta di self-made man.
Praticamente sì, mi sono trovato ad occuparmi di tutte le fasi di produzione del libro: dall’editing alla scelta della grafica e della copertina fino alla promozione e alla distribuzione. Ho la fortuna di avvalermi di preziosi collaboratori come la grafica Claudia Oliosi, la correttrice Cinzia Benussi, la traduttrice Rebecca Sandrigo e il mago di internet Valerio Vecchia.
Un lavoro massacrante…
Sì forse, ma è un lavoro bellissimo perchè lo faccio in piena autonomia. Pubblico solo quello che mi piace.
Quanto importanti sono stati Carpinteri & Faraguna per il decollo della Mgs Press?
Importanti? Diciamo pure fondamentali. Dopo aver pubblicato i primi libri sugli Asburgo avevo chiesto ai due, peraltro all’epoca miei colleghi al Piccolo, se fossero interessati alla pubblicazione della comnedia “Due paia di calze di Vienna”. Non mi dissero subito di sì, presero tempo. Mi richiamarono due giorni dopo per darmi il via libera. L’idea non era stata mia, ma di mio figlio Giulio che aveva appena visto la commedia alla Contrada. Me la propose una sera in pizzeria. Da lì è partito tutto, rifatte tutte le Maldobrie e le storie della Debegnac. Ho stampato una quindicina di libri della “Premiata Ditta”.
Altro filone fortunato?
Sì certo, e sempre scoperto per caso. Quando finisco in ospedale dopo che un tassista mi aveva tagliato la strada, mi telefona Ariella Reggio e per tirarmi su di morale mi manda il testo di “Sissi a Miramar”, di Alessandro Fullin. Lo leggo, mi piace e lo chiamo subito. Una collaborazione lunga sette libri. Sta lavorando all’ottavo: “Percedol House”.
Gli autori a cui sei più affezionato?
Sono affezionato a tutti, in fin dei conti li ho scelti io. Fare un libro è una bellissima esperienza, lo si crea assieme.
Un libro invece cui sei particolarmente affezionato?
“Il gelso dei Fabiani”, di Renato Ferrari, un long-seller da 500 copie all’anno. Molto amato dai triestini e non solo.
Quanti libri hai pubblicato in tutti questi anni?
Più di 400, di molti usciti tanto tempo fa ho perso le tracce. Scomparsi dall’archivio. Molti li ho recuperati sulle bancarelle dei rigattieri.
A quanti aspiranti scrittori hai detto no?
Tantissimi no, negli anni mi sono stati proposti poesie, racconti e romanzi strampalati che non stavano in piedi. Se dici loro cosa ne pensi si offendono.
Da editore come capisci se un libro può funzionare?
Chiedo subito una scheda e poi leggo il primo capitolo, di solito può bastare. Per curiosità do un’occhiata anche dentro e al finale.
Il catalogo di Mgs è ampio, ma c’è qualche genere che non ti interessa trattare?
Libri di poesia, troppo di nicchia e di cui non sono competente. E non pubblico libri per bambini. Esistono delle ottime case editrici specializzate anche a Trieste.
Si respira molta aria di mitteleuropa nei tuoi libri: austriacante solo per professione o anche per vocazione?
Al Piccolo mi sono occupato per anni di case regnanti, principi e monarchie. Leggo molti volumi di storia, biografie ma anche gialli.
Ma è proprio vero che i triestini vogliono sempre libri di storia locale?
All’inizio era così, ma negli ultimi dieci anni il mercato è molto cambiato. I libri storici, tranne quelli sugli Asburgo, vanno un po’ meno. Per fortuna adesso si vende anche su internet.
Circola insistentemente la voce che tu voglia mollare, vero o falso?
Da pochi mesi sono in pensione, ma questo lavoro continua a piacermi. La mia speranza è quella di trovare qualcuno in grado di rilevare la Casa editrice per proseguire l’attività. Abbiamo un bel catalogo conosciuto in tutta Italia, sarebbe un vero peccato far sparire il marchio. Comunque non mollo nè oggi nè domani.
La verve per fare scherzacci al telefono ad amici e colleghi non l’hai mai persa però...
In effetti non mi tiro indietro, sono uno zuzzerellone. Si può lavorare seriamente anche divertendosi. Sono un abile imitatore. Chiamo gli amici al telefono imitando qualche personaggio molto noto, molti ci cascano.