Scoperto a Trieste l’anticorpo monoclonale per proteggere il cuore dopo l’infarto
TRIESTE E’ un nuovo anticorpo monoclonale che, dopo un infarto del miocardio, è in grado di bloccare la fibrosi e proteggere il muscolo cardiaco. L’ha scoperto un team internazionale di scienziati guidato da Serena Zacchigna, docente di Biologia molecolare all’Università triestina e responsabile del laboratorio di Biologia cardiovascolare dell’Icgeb di Trieste. Pubblicata su Nature Communication, la ricerca è il frutto di una collaborazione di lunga data tra Icgeb, UniTS e Università di Zagabria. Rappresenta un punto di svolta nel settore delle terapie innovative in ambito cardiovascolare: nonostante le malattie cardiovascolari rappresentino la prima causa di morte in tutto il mondo e la principale fonte di spesa per i sistemi sanitari gli anticorpi monoclonali utilizzati per trattarle si contano sulle dita di una mano.
«I farmaci che utilizziamo per curare i pazienti affetti da patologia cardiaca sono molto datati - spiega Zacchigna -. Quelli biologici, che possono essere proteine ricombinanti (come gli anticorpi monoclonali), prodotti di terapia genica o terapia cellulare, stanno trasformando le cure oncologiche, delle malattie ereditarie e, come visto in periodo pandemico, sono efficaci anche per la cura del Covid. Ma per il trattamento delle malattie cardiovascolari vengono usati ancora pochissimo: con questa ricerca contiamo di fare da apripista ad altri studi che possano sfociare in terapie da utilizzare per i pazienti». Perché in ambito cardiovascolare gli anticorpi monoclonali si usano ancora così poco? Sono difficili da preparare e utilizzare, oltre che molto più costosi rispetto ai farmaci tradizionali, e per questo il passaggio dagli studi sperimentali ai pazienti è molto difficile. Spesso ai ricercatori manca la mentalità imprenditoriale per trasformare i risultati ottenuti in un prodotto farmacologico: le molecole scoperte vanno brevettate in tempo utile e bisogna trovare una grande azienda disposta a investire tempo e denaro per affrontare tutte le fasi necessarie per portarle al mercato. Come funziona il nuovo anticorpo monoclonale che avete ideato? Questo monoclonale blocca una proteina, la Bmp1.3, i cui livelli risultano elevati nei pazienti infartuati. Sappiamo che un cuore infartuato si ripara per fibrosi, ovvero il tessuto muscolare danneggiato viene sostituito da tessuto fibrotico, che però più si accumula più compromette la funzione di pompa dell’organo. La Bmp1.3 è responsabile di un’eccessiva deposizione di tessuto fibrotico nel cuore: l’anticorpo riesce a ridurre i livelli di fibrosi e promuove la sopravvivenza delle cellule muscolari cardiache, consentendo alla porzione di cuore sopravvissuto all’infarto di funzionare meglio. Cosa sono i farmaci biologici e perché sono così importanti? Si differenziando dai farmaci chimici perché sono più complessi strutturalmente e come metodologia di produzione. Mimano le molecole di cui siamo fatti e perciò sono in grado di interferire con processi biologici complessi. Un farmaco chimico generalmente ha un unico bersaglio. Tra i biologici ci sono gli anticorpi monoclonali, cosa sono e come funzionano? Vengono impiegati sia in ambito di ricerca, che di diagnosi e terapia. Sono un meccanismo rubato al nostro corpo: quando un microbo (antigene) entra nel nostro organismo i nostri linfociti B ne riconoscono tutti i “pezzi” che stanno sulla sua superficie e producono i relativi anticorpi.