Dai campi riemerge la certosa di Mantova dimenticata: voluta dai Gonzaga, distrutta dall’Austria
MANTOVA. Della certosa quattrocentesca non si vede più nulla, ma basta un po’ di immaginazione per scorgere la grande chiesa decorata di stucchi, i chiostri e le celle dei monaci, sentire l’eco delle preghiere o il vociare dei visitatori. Presto, grazie agli archeologi, la fantasia potrà essere nutrita di nuovi dettagli.
Sono cominciati in estate, e si sono conclusi a dicembre, gli scavi che hanno consentito di recuperare ciò che resta, e di delimitare con esattezza il perimetro, della certosa di Angeli, fatta costruire sulla sponda del lago Superiore da Gianfrancesco Gonzaga, figlio di Francesco, agli inizi del 1400. Sul campo sei professionisti della società archeologica Sap di Quingentole, alla direzione lavori Leonardo Lamanna, funzionario della Soprintendenza di Cremona, Lodi e Mantova.
Complice del via al cantiere è stata la tecnologia: attraverso le immagini di Google Earth si intravedeva il perimetro di un grande edificio e il pensiero è subito corso alla certosa, che compare in diverse mappe del territorio mantovano tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo. Individuarne la posizione non era un’impresa impossibile, ma finora nessuno si era cimentato.
«Abbiamo chiesto i fondi al ministero, 30mila euro subito concessi, per poter cominciare un’indagine, e siamo partiti. Grazie a questi scavi abbiamo recuperato un dato che nella memoria collettiva dei mantovani di oggi non esisteva più. L’obiettivo, ora, è porre su quest’area un vincolo archeologico» racconta il soprintendente, Gabriele Barucca. A iter concluso, in questo luogo non si potrà mai più costruire nulla, ma soltanto continuare a coltivare la terra. Come è stato fino alla scorsa estate: gli archeologi si sono messi all’opera, d’accordo con il proprietario del fondo, dopo la trebbiatura del mais.
Il complesso monastico, che si aggiungeva ad altri edifici sacri presenti lungo la strada per Cremona (per esempio Santa Maria degli Angeli e Santa Maria delle Grazie), non è arrivato ai giorni nostri perché demolito, agli inizi dell’800, dagli austriaci. «Fu una demolizione controllata – spiega Lamanna – dettata, molto probabilmente, dall’esigenza di recuperare materiale per realizzare imponenti costruzioni difensive e infrastrutture idrauliche». I muri sono stati demoliti e le fondazioni, di oltre un metro, divelte e distrutte. Gli archeologi hanno trovato ciò che resta, e anche i frammenti più insignificanti per i profani ai loro occhi possono risultare preziosi per ricostruire, con il percorso di ricerca che sta per partire, l’intero contesto: gli ambienti, la storia, la vita della certosa. Della chiesa, molto estesa (oltre 40 metri di lunghezza) e simile alla vicina Santa Maria degli Angeli, esiste una descrizione quasi turistica che risale alla fine del ’700.
Si parla, per esempio, di uno splendido altare di stucco decorato e di un coro ligneo. Annessi alla chiesa c’erano due chiostri e altri edifici. E sul colonnato del chiostro maggiore si affacciavano le celle dei monaci. Durante gli scavi sono stati trovati parti decorative in stucco e in cotto, frammenti lapidei delle decorazioni che ornavano il chiostro maggiore e persino dei piccoli pezzi di vetro bruciato. Vetri di una finestra o scarti di lavorazione di un laboratorio? Impossibile stabilirlo con certezza. «Tutte queste sono tracce minime – commenta Barucca – ma ci bastano per renderci contro di che luogo di meraviglia potesse essere la certosa che, come abbiamo scoperto grazie al cantiere, sorgeva su un edifico più antico».
Una delle celle è stata indagata per capirne la struttura interna: piccole abitazioni costruite su due piani, con un orto-giardino sul retro. Difficile dire quanti monaci il complesso potesse ospitare: l’analisi delle fonti forse potrà chiarire anche questo aspetto. Chiusi gli scavi della certosa, è già tempo di pensare a nuovi progetti: «Ne abbiamo in programma sia per quest’anno sia per il prossimo, su Mantova e sulle altre due province – annuncia Barucca – Il patrimonio ereditato a volte viene vissuto dai cittadini come un peso. Noi, nel nostro piccolo, vogliamo far capire che non è così».