Giappone, ecco perché Sanae Takaichi, candidata a primo ministro, non piace alle femministe
Potrebbe diventare la prima donna primo ministro del Giappone: Sanae Takaichi, 60 anni, è spalleggiata da Shinzo Abe, ex primo ministro, che si è dimesso per problemi di salute. Al momento, le donne rappresentano meno del 15% del Parlamento nazionale e solo due dei 21 ministri dell’attuale governo sono donne. E secondo l’annuale World Economic Forum sui divari di genere, il Giappone, terza economia mondiale, si colloca al 120esimo posto su 156 Paesi.
Eppure l’idea che Sanae Takaichi venga eletta, anche se sarebbe un passo storicamente significativo, non piace proprio a quei giapponesi e a quelle giapponesi che sostengono l’emancipazione delle donne. Conservatrice dalla linea dura, raramente si interessa di uguaglianza di genere e, anzi, appoggia alcune politiche che vorrebbero ridurre ulteriormente i diritti delle donne, come la legge che impone alle mogli di usare il cognome del marito. Secondo lei, che è divorziata, cambiare questa norma potrebbe aumentare i divorzi o le relazioni extraconiugali. Takaichi, inoltre, si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso e ai cambiamenti della legge che permetterebbero alle donne di regnare come imperatrici. Come Shinzo Abe e altri conservatori, poi, sostiene che le atrocità giapponesi durante la seconda guerra mondiale siano state sopravvalutate.
Nel suo intervento di questo mese sulla rivista conservatrice Bungei Shunjū, non ha parlato né di uguaglianza di genere, né di altri diritti. Ha invece preferito porre l’accento sulla sua politica economica, che punta ad aumentare l’inflazione del 2% attraverso un «audace allentamento monetario», uno «stimolo fiscale flessibile» e «investimenti».
Le donne faticano a guadagnare terreno nella politica giapponese, in particolare a livello nazionale. Secondo gli analisti, devono necessariamente essere di destra, per acquistare peso politico. «Per compensare lo svantaggio di essere una donna, devi mostrare un’eccessiva lealtà ai conservatori», ha spiegato al New York Times Mari Miura, docente di scienze politiche alla Sophia University di Tokyo. «E questo significa che devi essere antifemminista».