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Mario Lenzi, il pioniere del giornalismo: l'eredità ancora viva di un grande direttore

No, Mario Lenzi non me l’avrebbe fatta passare liscia. Primo comandamento: guai al cronista che, invece di far luce su quel che ha da raccontare, si incipria e mette sé stesso sotto i riflettori. Ma stavolta trasgredisco il precetto perché questa piccola storia di 31 anni fa forse la conosco solo io, tutt’al più un paio di colleghi.
In una delle redazioni del Tirreno dei miei inizi si presenta un anziano signore, c’è un gran bailamme per seguire non so più quale notizia e lui è lì che aspetta. Deve consegnare una lettera, prima di andarsene mi dice che ci conosce indirettamente perché è il fratello di Mario Lenzi.

Aveva fatto una cosa normale (aspettare) e con stile normale (pacato). Eppure, nell’Italietta in cui il cugino del cognato del maresciallo già si sente un mezzo generale, era tutt’altro che normale quella maniera di fare: l’esatto contrario del “lei non sa chi sono io”. In linea col modo d’essere del fratello che avrei incontrato come direttore nelle stanze del Tirreno. Più che un direttore: l’uomo che ha fatto del Tirreno l’apripista di un nuovo modello di giornalismo locale che poi ha messo radici nel resto del Paese. Un “unicum”: tranne Sassari, non ci sono altri esempi di giornale nato come Il Tirreno fuori dalla “capitale” regionale che abbiano così tante pagine di cronaca locale, così tante edizioni città per città. Un modello che ha portato alla nascita della catena di quotidiani locali Finegil, del Gruppo Espresso.

Sarebbe uno scialbo trucchetto retorico dire che dal fisico minuto saltava fuori il carattere d’acciaio di quel Lenzi Mario, classe ’27, livornese di Antignano: se oggi lo ricordiamo è, da un lato, perché è il decimo anniversario della scomparsa e, dall’altro, perché vogliamo riannodare i figli di una storia così nostra.
L’acciaio c’era, eccome: se sei di latta non ti ritrovi a 17 anni a rientrare nella tua città da liberatore con il mitra in mano alla testa dei partigiani. Racconterà lui di quell’«insolita formazione partigiana composta da uomini di diversi paesi, italiani, polacchi, russi, americani, anche austriaci e tedeschi». L’acciaio fa parte dell’antropologia di comunista italiano, dentro cioè una democrazia occidentale. Rimasto tale fino all’ultimo respiro nel 2011: prima di andarsene anche lui Carlo Pucciarelli – altro nostro maestro – ricordava che nell’ultimo messaggio Lenzi lo aveva salutato con un pugno chiuso. Gesto complice da parte dell’amico di una vita, fin dai tempi in cui erano ragazzini a Antignano: poco prima di quel premio Saint Vincent che Lenzi non potrà mai ritirare.

L’acciaio, ma con l’antidoto di una robusta dose di ironia labronica. Quanto basta per stare dall’altra parte della barricata. Come in Vietnam: se gli altri inviati se ne vanno a Saigon al seguito delle truppe americane, Lenzi invece eccolo a Hanoi nella primavera ’72 con il taccuino di Paese Sera (e l’esperienza di combattente) di fronte al viceministro vietcong Cu Huy Can che gli argomenta perché saranno loro a farcela contro gli americani. Diventerà un libro-reportage della collana dei “Grandi servizi” dell’editrice comunista, tre anni più tardi farà qualcosa del genere insieme con Augusto Livi sull’altra faccia del Cile di Pinochet.
Mario Lenzi molti di noi (e di voi) l’hanno incrociato nelle pagine di qualche vecchia copia del suo “Dizionario di giornalismo” edito nel ’65 da Mursia. E soprattutto nel “libretto rosso” degli Editori Riuniti che agli inizi degli anni ’80 era il manifesto programmatico di una certa idea di quotidiano: nel segno del “fare” più che dell’“enunciare”. Siccome è l’insieme dei tasselli che fa il puzzle, ecco una sfilza di consigli doc partendo “dal basso” delle pratiche operative invece che dal cielo delle grandi filosofie comunicative. Del resto, è nel decennio precedente che con le armi dell’artigianato del mestiere – come un Antoni Gaudì alle prese con la sua “Sagrada familia” – Lenzi si è inventato l’architettura di una formula di giornalismo locale che ribalta l’impostazione standard: fino a quel momento la stampa locale era il ripetitore dei tic dei giornaloni nazionali.
Il Tirreno è nato con questa impronta genetica: il balzo nell’era della fotocomposizione era il simbolo, la rivoluzione effettiva stava nel far raccontare dalla provincia i suoi mille campanili, uno per uno. In Italia l’88% della popolazione sta fuori dalle città oltre il mezzo milione di abitanti, in Germania invece quasi un cittadino su tre abita in aree metropolitane di almeno 500 mila residenti e in Francia più del 20%. È per dare voce a questa soggettività che Lenzi costruisce un modello di giornale (e di impresa per renderlo sostenibile sotto le insegne di Carlo Caracciolo).

Sbaglierebbe però chi lo immaginasse solo come un grande organizzatore-teorizzatore, la controprova è in un tesoro nascosto che pochi conoscono: la testimonianza edita dal Comune di Livorno dopo la morte di Lenzi. L’esempio di come le storie possano parlare di per sé, restando sempre al di qua della retorica dell’epopea: a cominciare da «quel giorno del ‘43» in cui Lenzi ripesca dall’album il primo bombardamento a tappeto su Livorno. Vissuto “dal basso”: andando a guardare l’esito degli scrutini insieme con “Bisturì”, sua compagna di classe.
Quella bomba fu la sua linea d’ombra: «A sedici anni uscii dall’adolescenza».

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